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  • 7.5.14
    Su itune.apple.com, per ipad e mini ipad 

    di Marco Pontoni 

    Un viaggio attraverso il Continente nero, dall'Uganda allo Zimbabwe, dal Mozambico al Ghana, dalla Somalia all'Eritrea. Un viaggio fatto di foto, innanzitutto, foto scattate da un giornalista - Marco Pontoni, classe 1965, alle spalle studi di africanistica all'Università di Bologna - quindi per sua stessa ammissione da un "non-fotografo", foto rubate a viaggi di lavoro, foto che colgono un'Africa fatta soprattutto di persone, di uomini, donne, bambini, che mangiano, studiano, camminano, giocano, soffrono, amano. Un viaggio fatto anche di testi, che accompagnano le immagini con riflessioni libere e, a volte, qualche storia. Ed infine un'appendice video, una lunga intervista a Kizito Sesana, già direttore del mensile "Nigrizia", sulla realtà di Kibera, a Nairobi, uno degli slum più grandi dell'Africa. Parliamo di un libro che però non è un libro, è uno strumento nuovo, una app editoriale, disponibile per ora su itune.apple.com, per ipad e mini ipad (prossimamente anche su piattaforma android). Si chiama Africa, lo sguardo del viaggiatore. Lo pubblica la Valentina Trentini editore di Trento. Qui il link dove scaricarlo.

    In viaggio

    Era passato a prendermi all'albergo con solo tre quarti d'ora di ritardo. Lo avevo aspettato nell'atrio, seduto su una sedia, al buio, i bagagli posati lì accanto. C'erano delle persone distese a terra, sopra alle loro capulane, che dormivano. Cameriere, cuochi, insomma, lo staff. Avevo provato ad uscire, ad un certo punto, mentre il sole sorgeva all'orizzonte e iniziavo a distinguere le nuvole dallo sfondo del cielo, ma troppe cose strisciavano sui gradini dell'ingresso, ero tornato subito dentro. "Una gomma bucata", si è giustificato sorridente, appena sceso dalla jeep. Siamo partiti lasciando lo Zambesi sulla nostra destra, "anch'esso uno dei grandi fiumi della terra, nonostante tutto", per dirla con Conrad, che però qui in Mozambico non c'è mai venuto. Ci aspettavano cinque ore di buona strada asfaltata - a parte qualche buca - fino a Beira, dove avrei preso l'aereo.

    Attorno, la campagna, i luoghi delle persone che conoscevo. La casa dei miei amici, italiana lei, mozambicano lui, appena fuori il paese, di muratura, con il pozzo all'esterno, dove venivano ad attingere l'acqua i bambini che abitavano nelle capanne tutt'attorno, quelli che l'altro giorno ci erano venuti a chiamare per mostrarci l'ippopotamo che giocava nel centro del fiume; la boscaglia nella quale sta rintanato il misterioso bianco venuto lì anni prima a mettere su una segheria, per qualcuno un ex-agente, coinvolto in qualche modo nel destino di Olof Palme, il primo ministro svedese ucciso a Copenghagen nel 1986; più avanti il ristorante all'ingresso del parco del Gorongosa, dove qualche anno fa i cooperanti facevano tappa per sfoderare il cellulare e finalmente mettersi in contatto col resto del mondo, questa parte di Africa ancora isolata, davvero Africa profonda, zanzare, fuochi, alluvioni, mentre ora hanno persino terminato il ponte, con tutti i suoi lampioni, ora si scavalca il fiume in 5 minuti, prima bisognava prendere il traghetto, i camionisti aspettavano anche due giorni, in coda, sulla riva, a bere birra Manica e a comprare un po' di amore per ammazzare la noia.

    Mi ero assopito, nella luce lattiginosa del mattino australe, cullato dall'auto e dalle musiche alla radio. Poi a Gorongosa il paesaggio si vivacizza, la terra si solleva all'improvviso in un grande massiccio, era il regno dei leoni, le varie milizie che ci sono passate durante la guerra civile hanno fatto strage della fauna selvatica, solo ora il parco comincia a ripopolarsi. Così, ho cominciato a fare conversazione con il driver, anche se conversazione, con le mie quattro parole di portoghese, è un termine improprio. Abbiamo parlato di politica, in questi paesi spesso c'è più passione politica che da noi, lui non era né per il Governo (Frelimo) né per l'opposizione (Renamo), parteggiava per una terza forza, che però alle elezioni era stata boicottata, aveva potuto presentare i suoi candidati solo in alcune zone del Paese. Quando scrivevo la tesi io parteggiavo per il Frelimo, c'era ancora la guerra, la mia docente aveva iniziato qui in Mozambico la sua carriera, lavorando con Ruth First, una ricercatrice marxista di origini sudafricane uccisa a Maputo in un attentato dei servizi di Pretoria, un pacco che le era esploso in mano all'università Eduardo Mondlane. Era logico stare con il Frelimo, il Frelimo rappresentava l'orgogliosa lotta di un popolo contro il colonialismo prima e contro il regime dell'apartheid poi. Probabilmente ogni forza politica quando sta troppo a lungo al potere si incancrenisce, il potere, quando non è temperato dalle buone leggi, quando lo si dà per scontato, trascina con sé arroganza e abusi.

    Poi abbiamo parlato delle nostre famiglie. Lui aveva un figlio a Beira; dopo avermi accompagnato all'aeroporto sarebbe passato a trovarlo. Ha tirato fuori il cellulare, mi ha mostrato la foto: non sapevo cosa dire, soffriva di un male che hanno molti bambini, in Africa, idrocefalo, accumulo di liquido cerebrale nella testa, sarebbe piuttosto semplice da curare, inserendo un catetere, per drenare nella cavità addominale il liquido in eccesso, ma in pochi sanno farlo e quei pochi in genere operano nelle capitali. Il volto dell'uomo era radioso; si vedeva che non stava più nella pelle, anche se mancavano ancora due ore alla città (..)


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